RASSEGNA STAMPA

Quici (Cimo): «Sindacato avanti tutta. Contratto, si firma solo se migliorativo»


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No ai tagli, valorizzazione della classe medica, efficacia e cogenza degli accordi. Il neopresidente di Cimo, il beneventano Guido Quici, fresco di nomina, si trova catapultato subito nel vivo di una nuova stagione contrattuale, dopo otto anni di blocco e alla vigilia del varo della legge di bilancio, ennesimo banco di prova per il futuro della sanità pubblica. 
Presidente, si può quindi ricominciare a fare sindacato dopo una lunga fase che per forza di cosa è stata un po’ al ralenti?
È arrivato il tempo di ricominciare a fare sindacato, siamo stati abbastanza collaborativi e responsabilmente abbiamo aspettato di superare la fase di crisi. Ma se il trend del Pil continua ad aumentare e si sottostima il finanziamento nazionale della sanità pubblica, allora non è più tempo di confronti sereni. A questo punto deve cambiare la strategia sindacale. Molto più incisiva. Senza fare sconti a nessuno.
In che direzione andrà Cimo? 
Innanzitutto si partirà con un confronto tecnico con il nuovo contratto per una valorizzazione non solo economica del personale. Ma se rimane allo stato attuale, vedendo le premesse, non ci sono spazi di trattativa. Se le condizioni non saranno migliorative non è detto che si debba firmarlo.
Risorse ma non solo, incide anche l’organizzazione delle cure. Qual è l’idea di fondo? 
I modelli ospedalieri e il sistema dell’assistenza in generale sono centrali. Non possiamo consentire che il contratto prenda in considerazione un modello come quello per intensità di cura, che è presente in pochissimi ospedali e non sappiamo neanche se funziona. Però condiziona inevitabilmente il lavoro dei professionisti. Se io applico questo modello in un ospedale organizzato in modo completamente diverso il lavoro non potrà che risentirne negativamente. 
#Liberalaprofessione come e perché? 
Partiamo dai Lea, che sono lo zoccolo duro e vanno rifinanziati per garantire assistenza a tutti i cittadini. Questo sarà il punto di partenza, laddove ci sarà, come inevitabilmente ci sarà, più spazio per l’assistenza integrativa. Perché allora i fondi integrativi non dovrebbero rivolgersi anche alle strutture pubbliche? E perché i medici non dovrebbero contribuire attraverso la libera professione a garantire la continuità delle cure attraverso l’attività intramoenia?
Quindi cosa proponete? 
Se io sono un paziente assistito da un chirurgo poi vorrei continuare a essere seguito da quel chirurgo anche nel follow up. Ma mi viene spesso impedito perché all’interno delle aziende la libera professione è talmente burocratizzata e sottoposta ad aggravi fiscali che diventa poco competitiva rispetto al privato. Quindi chiediamo una sburocratizzazione dell’apparato dell’intramoenia, permettendo alle aziende di inserire le strutture pubbliche a supporto dell’assistenza integrativa nel caso questa volesse chiedere prestazioni aggiuntive al sistema sanitario pubblico. 
Insomma intercettare l’out of pocket? 
Il cittadino paga l’87% dell’out of pocket che vale 35 miliardi. Quell’87% in questo modo rientrerebbe nel pubblico attraverso l’intramoenia. Un mercato in cui i medici potrebbero entrare, fuori dall’orario di servizio. Così si potrebbe creare uno sbocco anche motivazionale. Dal 2010 al 2015 il numero delle strutture complesse è diminuito in maniera superiore rispetto ai medici andati in pensione. Il che significa che si è appiattita ulteriormente la carriera, un medico entra con un tabellare ed esce con lo stesso tabellare. Senza motivazioni si lavora male. 
Molti medici infatti si stanno rivolgendo al privato, e non partecipano più ai concorsi pubblici… 
Se poi c’ è un disegno per definanziare il Ssn e svuotarlo dei suoi migliori professionisti lo dicano. E’ inammissibile. Il problema è che nel settore privato la remunerazione è legata alla produttività, con il rischio di ampi margini di inappropriatezza. Nel pubblico la prestazione è un costo e non si specula sui Drg. 
E sulle nuove carriere professionali e i sistemi di valutazione? 
C’è bisogno delle società scientifiche. Se devo valutare un dirigente attraverso esiti di salute o standard, immaginare una carriera professionale e trovare la differenza tra alta specialità ed eccellenza clinica, se devo stabilire i fabbisogni su una certa specialità, di reumatologi o dei diabetologi, se devo vedere come conciliare l’offerta sanitaria specialistica in base ai dati epidemiologici, tutte queste informazioni non possono averle solo i sindacati che generalmente sono generalisti. Le devono dare le società scientifiche, che però non hanno le prerogative sindacali di rappresentatività. Quindi noi ci mettiamo a disposizione delle società scientifiche e diciamo: voi ci date il vostro know how e noi vi rappresentiamo da un punto di vita sindacale. Questo anche per fare massa critica e superare la frammentazione della categoria. 
E il precariato e i giovani? 
Il paradosso è che abbiamo i medici specialisti a rischio estinzione e una massa di medici disoccupati senza uno sbocco post lauream. Allora bisogna fare i concorsi che vanno fatti. Dare certezze ai laureati sincronizzando la data della laurea con la specializzazione senza aspettare un anno. I medici entrano nella branca specialistica direttamente a livello c, quindi come dirigenti con più di cinque anni di servizio perché specialisti e riserviamo un 20-30% dei concorsi per medici non specialisti che potrebbero entrare per area funzionale, completare il proprio percorso all’interno dell’università, ma con un contratto dirigenziale di livello minimo.
Quindi l’idea delle regioni di un contratto non dirigenziale per gli specializzandi non va bene? 
Se si fa passare l’idea che nel Ssn ci sono medici non dirigenti poi pian piano, pian piano, rimarranno tutti non dirigenti.

 

di Rosanna Magnano