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La questione medica e la sfida dei sindacati

Gentile Direttore,
vorrei condividere con lei e con i suoi lettori alcune considerazioni che riguardano la sfida che dovrà affrontare nei prossimi mesi la rappresentanza sindacale della professione medica. L’accordo sull’applicazione del decreto appropriatezza, siglato venerdì al Ministero tra istituzioni e FNOMCeO, sembra aver prodotto finalmente una decisione condivisa su unaquestione che aveva suscitato la forte reazione nel mondo medico, anche se la soluzione trovata non entra nel merito del problema ma si limita a reimpostarlo nei termini economici e sanzionatori.
 
Occorre riconoscere che in questa vicenda tutti gli attori hanno commesso degli errori
.  I medici sono insorti solo al momento della sua applicazione (il DM è un semplice elenco di prestazioni, le norme sanzionatorie sono nella legge sugli Enti Locali), le Regioni lo avevano impostato in termini di risparmio e punizioni, dichiarandolo prima “norma irrinunciabile” e poi facendo credere di averla subita e il Ministero non ha saputo coordinare le tre anime della professione medica: deontologia (FNOMCEO), scienza (società scientifiche) e tutela dei diritti (sindacati), nonostante fosse necessario coinvolgerle tutte con pari dignità.
 
Se, come è stato più volte sottolineato, anche sul suo giornale, esiste un problema di frammentarietà della rappresentanza sindacale, ancora più grave è il problema della proliferazione delle società scientifiche, le quali vengono riconosciute senza alcun accreditamento, né verifica quantitativa e/o qualitativa.
Almeno i sindacati per essere rappresentativi devono superare la soglia del 5%, le società scientifiche no!
I tentativi fatti in passato di mettere ordine si sono scontrati con la difesa di privilegi. Questo è un male per la categoria e per le istituzioni, le quali hanno bisogno di controparti non autoreferenziali, ma riconosciute dagli stessi professionisti.
 
CIMO e FESMED da anni fanno della questione medica il tema principale della loro azione sindacale. Nella mozione dell’ultimo congresso CIMO, è scritto che “il medico chirurgo opera secondo scienza e coscienza”. Appare chiaro che per noi, anche nelle rivendicazioni sindacali, non si può prescindere da questa peculiarità della professione.
 
Le controparti pubbliche, fatte salve alcune aperture del Ministro Lorenzin, che tuttavia non hanno ancora trovato una declinazione concreta, continuano invece a guardare al medico solo come a un “dirigente pubblico”, al quale si possono applicare norme e sanzioni anche su decisioni che riguardano esclusivamente relative la sfera professionale (come se questa fosse marginale ed accessoria rispetto alla funzione gestionale).
Le Istituzioni in questo modo di procedere, sono favorite da un atteggiamento di alcuni timorosi che preferiscono non abbandonare un presente demotivante preferendo un’illusoria stabilità.
 
Cavicchi nei giorni scorsi ha scritto una serie di articoli nei quali analizza la criticità di alcune strategie messe in atto dai sindacati medici e sostiene che occorre ripartire dal “lavoro”. Sono d’accordo ma ritengo che questo non sia possibile se non si modificano gli aspetti normativi che hanno permesso di svalutarlo. Mi riferisco alla formazione, alle competenze, alla carriera, alle verifiche, alla gestione e alla responsabilità. E tutto questo può essere fatto solo partendo da “scienza e coscienza”.
 
Quindi i sindacati da soli non bastano, è vero. Serve la FNOMCeO, occorrono società scientifiche validate ed accreditate e soprattutto, non si può continuare a considerare intoccabile l’università. 
Sempre Cavicchi sostiene che abbiamo subito solo sconfitte, questo è vero se si riferisce alle grandi manifestazioni nelle quali si è cercato di far convivere obiettivi generali con la “questione medica”.
 
 
 
Ci sono però almeno tre questioni, che riguardano la peculiarità della professione medica, sulle quali nell’ultimo anno le richieste dei medici sono state recepite  dalle istituzioni, anche se ancora non concluse:
– L’esclusione dal ruolo unico della dirigenza delle Regioni.
– L’approvazione da parte della Camera della legge sulla colpa professionale.
– L’accordo di venerdì (inimmaginabile senza l’azione di contrasto dei sindacati).
 
Noi riteniamo che la ragione di essere del sindacalismo autonomo di una categoria che ha una sua identità precisa da difendere, sia nel perseguire il riconoscimento della specificità della professione medica, perché solo da questo può discendere la possibilità di recuperare ruolo e retribuzione.
 
Questa riteniamo sia la strada da perseguire e per far questo occorre una stretta collaborazione tra Ordini e sindacati, ognuno nel suo ruolo, ma uniti dall’obbiettivo di identificare la tipologia di lavoro richiesto oggi al medico, con quali modalità e con quale remunerazione, non certo tornando al passato, ma guardando con fiducia al futuro.
 
Nel manifesto della mobilitazione abbiamo scritto che vogliamo “valorizzare il ruolo del medico come interlocutore istituzionale”, questo vuol dire che dobbiamo essere in grado di produrre una proposta concreta sulla quale aprire il confronto. Questa è la sfida dei prossimi mesi, noi come Federazione CIMO-FESMED ci siamo.
 
Riccardo Cassi
Federazione CIMO-FESMED