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Lavoro a veri precari, no mobilità “mascherata” da stabilizzazione

Non si può definire precario chi ha già un posto fisso in altra azienda o in altra regione 

 

Poche settimane addietro anche la Cimo aveva espresso, su queste stesse colonne, la propria soddisfazione in merito alle procedure di stabilizzazione dei precari della sanità pubblica, tanto a lungo invocate e finalmente avviate anche in Regione siciliana. A leggere i titoli di quotidiani e di media on line, sembrava cosa fatta, non più un traguardo sempre inseguito e mai raggiunto, semmai un capitolo da affidare oramai alle pagine dei libri di Storia, per eventuali approfondimenti retrospettivi di sociologi e politologi o, magari, per il diletto degli opinionisti che affollano i salotti televisivi.
 
E invece ancora una volta dobbiamo ricrederci, anche se parzialmente. Il processo di stabilizzazione è iniziato per davvero e difficilmente al punto in cui siamo si potrà tornare indietro, ma la storia di questa italica vergogna chiamata “precariato” ci ha insegnato a diffidare, perché già in passato ci eravamo persuasi di averla spuntata e poi non se ne è fatto più niente (vedi DPCM del 2015). Oggi non è più quel tempo, la macchina si è veramente messa in moto ma non si possono tuttavia sottacere le difficoltà che l’intera procedura di stabilizzazione sta incontrando lungo il suo cammino.
 
Nonostante delibere, avvisi di ricognizione e Bandi pubblicati o ancora da pubblicare in Gazzetta Ufficiale, coloro che hanno apposto la propria firma in calce ad un contratto a tempo indeterminato sono ancora troppo pochi. Colpa dei cosiddetti “tempi tecnici”, eufemismo che nasconde l’amara condizione della letargica macchina amministrativa di Asp e aziende sanitarie, fatta di ataviche lungaggini burocratiche e di inefficienze mai risolte.
 
La cosa che più ci ha lasciati sgomenti è la asserita difficoltà interpretativa, incontrata dai manager delle aziende sanitarie, delle norme che regolamentano la materia, manco fossero state scritte in aramaico. Ci sono volute varie Circolari esplicative, sia ministeriali che regionali, per provare a sgombrare il campo da dubbi e da perplessità filologiche, ma anche questo non è stato sufficiente. Astenendoci dal ricorso ad un esperto in glottologia, siamo riusciti a far digerire a più d’uno l’assunto che il tetto del 50% della facoltà assunzionali non andava applicato all’ormai famoso (o famigerato) comma 1 dell’art. 20 del Decreto Madia, che prevede l’immissione in servizio, senza ulteriore procedura concorsuale, di chi ha maturato tre anni di anzianità di servizio negli ultimi otto al 31 dicembre 2017.
 
Sempre con la sola forza della logica proposizionale, ci siamo poi cimentati, anche in questo caso con successo, nel far comprendere che le risorse economiche da considerare per le stabilizzazioni sono le somme complessive servite nel triennio 2015 – 2017 al pagamento dei precari e non più i limiti di spesa relativi al 2009 del vecchio Decreto Legge 78 del 2010. Ma nelle nostre diciassette repubbliche delle banane (per singolare coincidenza è lo stesso numero di aziende sanitarie siciliane), tutto questo non poteva bastare e, difatti non è bastato.
 
Il solerte assessore della Salute ha provato a ricondurre le procedure di stabilizzazione nel solco dell’uniformità amministrativa, ma alla fine si è reso conto che quanto si era prefissato equivale a radunare una scalpitante mandria di cavalli selvaggi per farla entrare contemporaneamente nel recinto. Alla fine, se non fai schioccare bene la frusta, qualcuno riesce sempre a uscire dai ranghi e bisogna ricominciare da capo. Ed è così che ogni azienda ha partorito atti amministrativi differenti gli uni dagli altri, in molti casi di tenore diametralmente opposto.
 
Qualcuno si è limitato ad espletare la prevista e semplicissima ricognizione interna degli aventi diritto e ne ha subito deliberato l’immissione in servizio, altri hanno scelto la strada del Bando da pubblicare in Gazzetta Ufficiale, sia nazionale che regionale, con evidente allungamento dei tempi della procedura. Ed infine c’è ancora chi ha confuso la stabilizzazione dei precari con la mobilità, ritenendo di includere nella procedura in corso chi in realtà precario non è, avendo di fatto un “posto fisso” presso altra azienda, a volte in altra Regione, e solo temporaneamente titolare di un contratto a tempo determinato perché in aspettativa.
 
Come può un soggetto detentore di un contratto a tempo indeterminato definirsi precario ancora non è stato chiarito da nessuno, ma la difformità interpretativa delle varie aziende siciliane ha indotto l’Assessorato a chiedere un’ulteriore interpretazione alla Conferenza delle Regioni, che ne ha calendarizzato l’esame per lo scorso 21 marzo, anche se va comunque sottolineato come i pareri della Conferenza delle Regioni non siano altrettanto vincolanti come quelli della Conferenza Stato-Regioni, e con ogni probabilità l’arrivo del suddetto parere non sarà conclusivo ma contribuirà forse a ingenerare altra confusione oltre all’attuale.
 
Di sicuro c’è che lo stesso titolo dell’articolo 20 del Decreto recita testualmente “superamento del precariato nella pubblica amministrazione” e a partire da questo non ci dovrebbero essere dubbi circa i destinatari cui è rivolta la norma. La posizione della Cimo in merito alla questione è molto chiara e decisa, rappresentando questo aspetto quello forse più inquietante dell’intero guazzabuglio interpretativo del Decreto Madia.
 
Se qualcuno pensa di poter aggirare la mobilità regionale ed interregionale camuffandola da stabilizzazione si sbaglia di grosso. Questa mobilità travestita da stabilizzazione di chi un lavoro ce l’ha già anche se altrove, rischia di mettere a repentaglio la possibilità dei veri precari di accedere all’impiego pubblico con contratto a tempo indeterminato e questo è inaccettabile.
 
Comprendiamo le legittime aspettative di quanti abbiano operato una scelta quasi obbligata di accettare un lavoro lontano da casa e delle esigenze personali e familiari, spesso di non poco conto e anche per questa categoria di lavoratori ci adopereremo ad agevolare il più possibile le procedure di mobilità VERE, senza però il ricorso ad arzigogolate scorciatoie e illegittime prevaricazioni a danno di chi è in attesa da anni di uscire da questa deplorevole condizione di precariato per vedersi restituire la dovuta dignità umana e professionale.
 

Giuseppe Riccardo Spampinato
Segretario organizzativo nazionale Cimo
di Redazione in collaborazione con Cimo